martedì 22 marzo 2016

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Una Torino sempre più sugli scudi quando si parla di musica “pesante” – e credo facciano bene ad indicarla come la Motorcity nostrana (F.I.A.T a parte, il riferimento è puramente musicale). Questa volta, facciamo la conoscenza dei S.O.A.B. Nient’altro che quattro demoni piemontesi decisi nel combinare le proprie influenze musicali pregresse per un comune intento: quello di musicare sensazioni notturne e pericolose, vissute in polverosi luoghi di periferia pervasi dallo stridere di gomme sull’asfalto bollente. Cavalieri solitari in cerca di adrenalina.
Dalla desolazione desertica alla brulicante metropoli, con il pedale a tavoletta quando c’è da spingere. Come nella dinamitarda opener “The Nightwatcher“, dominata da galloni di testosterone e da un sound che si lega a doppio filo a quello espresso da Dave Wyndorf ed i suoi Monster Magnet. Un suono fortemente a stelle e strisce che ricorda nell’incipit del secondo episodio “Dust In Throat” qualcosa del Blaine Cartwright (Nashville Pussy) meno conosciuto, quello alla guida dei Kentucky Bridgeburners. Ma la girandola d’influenze non finisce qua. Ad onor del vero, la fascinazione, l’estetica della band, benché così eterogenea, viene saldamente edificata sopra le fondamenta salde di Kyuss e dei più recenti Alabama Thunderpussy. Un connubio capace di generare quel binomio ben compatibile fra divagazioni Space-Desert-Rock (“Where Are We Going?“) e indomita potenza di fuoco. Un buon esordio. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab

lunedì 21 marzo 2016

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Dell’incursione nei territori più pesanti dell’epopea Grunge, messi in bella mostra nel buon esordio “Cloud Eye” (2013), è rimasto l’afflato. Oggi, con questo secondo capitolo, la band Palermitana aumenta l’urgenza e le chitarre riconducibili al Seventies Rock dei Black Sabbath. Un Desert-Rock, il loro, quasi schizofrenico nel bearsi di cotanta duttilità di soluzioni.
Partono forte, lanciati sulla loro dune buggy a stelle e strisce: sand surfing con nelle orecchie il primo Fu-Manchu – “Ground“. Indiavolati, buttano sconforto nineties à la Faith No More all’interno di un canovaccio prettamente Stoner – “All About Chemistry“. Se i Q.O.T.S.A guardano dall’alto, i Sabbath s’impossessano delle anime dei quattro durante tutta “A Mal Tempo Buena Cara“, mentre da “Kaizer Quartz” emerge minacciosa la figura di John Garcia. Un tripudio di Blues portato ad esplosiva ebollizione, capace di permettersi persino incursioni nell’oscura discografia di Glenn Danzig – “I, Wheel“. Il disco esce in vinile per l’inglese Hevisike Records, la copertina psichedelica è favolosa. Fatelo vostro. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Non c’è nulla da fare, la Norvegia su certi versanti è pressoché inarrivabile. Parliamo in merito a quel connubio fra HardcorePunk e Hard Rock trattato alla massima velocità. E noi, con la pancia piena grazie all’ultimo strepitoso lavoro dei The Good The Bad And The Zugly, ci risediamo volentieri a tavola per il bis. Questa volta però la pietanza presenta caratteristiche ben più decise: sugli scudi l’Hardcore à la Kvelertak con retrogusto più segnatamente Punk/Hard.
Rispetto al precedente Idiokrati, il nuovo Av Nag possiede una natura più melodica, sicuramente più oscura, pur mantenendo la violenza degli esordi. Un deciso passo in avanti che la band compie anche nei testi, rigorosamente in Norvegese, alle prese con le imperfezioni dell’essere umano e dei difetti dell’umanità in generale. In questo senso, può essere d’esempio il testo del brano “Mennesketrapp” – in Italiano: “Scala umana” – incentrato sulla meschinità delle persone che deliberatamente si approfittano del prossimo con l’intento di arrivare al successo. Nove pezzi d’imperioso Hardcore di stampo scandinavo, capaci di racchiudere al proprio interno tutte le più succulente sfumature di genere e miscelarle sapientemente con la potenza dei californiani The Bronx .
Inoltre, la produzione impeccabile di Fredrik Nordström (Bring Me the HorizonIn Flames) ne aumenta l’impatto sonico. Av Nag, se siete di quelli che vedono nella Scandinavia la terra promessa del Post-Hc, sarà la vostra nuova irresistibile ossessione. (5/5)
 – Alessandro Rossi @rocklab

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Giovedì 2 Luglio 2015 come uno spartiacque. I King Mastino hanno in cantiere il loro quarto lavoro e sono in dirittura d’arrivo: a Novembre l’uscita. Quel giovedì però, succede qualcosa che li riempirà d’orgoglio e forse metterà ancora più convinzione negli animi della band. La sera stessa hanno in programma un concerto particolare nella loro La Spezia, un compito capitale potremmo dire: scaldare il palco ai leggendari Radio Birdman. Del resto, non è un mistero il fatto che i nostri siano musicalmente orientati verso un asse geografico capace di collegare le fredde lande Scandinave con la più selvaggia Australia. In questo senso, il nuovo “Sail Away” è sicuramente una pietra di paragone, deliziosa.
A prescindere dal fatto che i ragazzi si sanno far volere bene – il disco è prodotto da ben 5 etichette –, la qualità del prodotto è indubbia. Non stupisca dunque l’ingresso del singolo “Psychowhale” all’interno della chart basata sui 29 pezzi più passati da Radio Stockholm – e quella è gente che se ne intende. Parliamo infatti di un raffinato connubio fra le chitarre nordiche del giro Hellacopters – Imperial State ElectricThunder Express – (“Twisted Mind“, “Switch On The Light“, “Blinded Girl“), con l’inconfondibile afflato aussie di protagonisti spesso dimenticati come Celibate Rifles e più recentemente dei grandiosi Specimens di Melbourne – “She’s My Mermaid“. Il singolo “Psychowhale” è capace di portarci indietro con la memoria a quando Rob Younger imperversava su di un desolato ed affascinante paesaggio popolato da canguri e bestie feroci con i suoi New Christs. Mentre “Electric Soul” ed il suo Garage-Stomp rimanda nuovamente agli eighties, verso quel Revival Garage che ad un certo punto decise di abbracciare le chitarre pesanti: se ci pensate fu un vezzo che colpì anche le nostre band, ricordate i Sick Rose di Shaking Street?. Avremo sempre bisogno di dischi del genere, sempre. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Prima o poi doveva succedere. Perché le estetiche spesso si attraggono e perché sono un piccolo orgoglio nostrano: quindi chi ci vieta di godere al cubo?

Nessuno, ovviamente. Certo, però “VS” potrebbe risultare un titolo fuorviante. In realtà, ma credo che lo abbiate capito da soli, questa non è una sfida, ma un incontro fra due splendidi interpreti “solitari”. Lei è Elisa De Munari in arte Elli De Mon, di cui vi abbiamo parlato di recente in occasione del suo ultimo lavoro – II. Formazione classica per Sitar e Contrabbasso e poi l’esordio a suon di Garage-Rock come chitarrista negl iAlmandino Quite Deluxe. Non solo, la nostra possiede anche una vera anima folk, già espressa nel progetto Le-Li. I quattro pezzi qui proposti dall’artista vicentina ricalcano un canovaccio adiacente all’ultimo stupendo lavoro – quindi non perdeteli. Parliamo di Blues scarno ma dall’incredibile intensità. Un suono che in sede live aumenta notevolmente il tasso di coinvolgimento dell’ascoltatore – forse anche per l’utilizzo contemporaneo di più strumenti. Degna di nota la dolce e notturna “Litania” in chiusura.
L’altra faccia della medaglia, o più semplicemente lo scheletro rappresentato nella splendida copertina a cura di Gozer Visions, è Diego Porton. Personaggio schietto e dal grande talento: che ricorderete, spero per voi, nella formazione Stoner-Rock Goran D. Sanchez. One man band dall’animo gentile la sua, almeno a giudicare dalla splendida opener Anyone But Me” – dolcemente vicina al primo Nick Drake. Ma è solo l’inizio, perché, già con la successiva “Lonesome Valley Blues” torna quello stomp desertico di matrice stoner, suo vero marchio di fabbrica. Qualcosa che talvolta porta con se una certa carica psichedelica, e che riporta tutto al Blues (di Jon Spencer) non appena se ne presenta la possibilità – “Grave“. E’ sul finale però il vero colpo da biliardo: nientemeno che la cover eseguita a quattro mani di “Go With The Flow” dei Grandissimi Q.O.T.S.A. Come recita il press kit: “un mantra scurissimo e bellissimo in cui perdersi dentro”, niente di più vero. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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In una Bologna distopica, s’aggira furtivo uno sciamano. Offre viaggi contenuti in piccole schegge opaline, garantendo sensazioni forti come la marijuana messicana e avventure tropicali d’altri tempi. Lui definisce la faccenda come: “Una collezione di meraviglie”. Noi, dopo più di qualche giro sulla giostra, possiamo definitivamente confermarne la natura e raccontarvi la dinamica.
In principio, ad accoglierti arriva l’anima di Nat King Cole. Così parrebbe ad un primo distratto sguardo. Canticchia la sua “Calypso Blues” alla maniera della Blues Explosion, e a ben vedere è vestito come Jon SpencerNat cela un morboso desiderio di fuga dalla realtà, che scandisce continuamente nel refrain:
“Sittin’ by the ocean, me heart she feel so sad…”
Si calmerà solamente alla vista di quella piantina magica che si ostina a fumare con piacere, mentre noi veniamo catapultati all’interno di un universo Garage-Rock pensato dalla mente di Screamin’ Jay Hawkins – Wunder Maria”. Quasi un rito priapico in onore della marijuana, che dura fino al momento in cui, qualcuno all’esterno delle nostre menti, mette sul piatto qualcosa degli Stones – “Long John Silver”. E allora ecco materializzarsi Keith Richards vestito da bucaniere, mentre si atteggia da maschio alpha sulla prua di una fatiscente imbarcazione battente bandiera piratesca. Tutto improvviso e vivido, come il mal di mare, il susseguirsi delle onde ed il cavalcarle da parte della bagnarola. Un movimento ondulatorio che si tramuta sensualmente in un Funky-Blues – “Angus” – sincopato e dominato dal Sax – di Guglielmo Pagnozzi.
Il sole è alto e fa brutti scherzi“, deve aver pensato qualche volta Don van Vliet mentre, all’interno della propria roulotte, disperso nel nulla, componeva pura magia. E così anche per noi arriva la magica insolazione al gusto salsedine: un po’ come se Beefheart flirtasse prima con i Cramps e poi con Bob Log III, fantastico – “Slim Baby, Ah Ah Ah”. L’approdo sulla terra ferma, con rispettivo risveglio sarà invece affidato ad una jam farcita da sapori e odori tropicali pericolosi, quasi una jazz session furiosa che resetta e riprogramma il cervello per un nuovo imperdibile viaggio.
Al risveglio saranno cicale, tante cicale. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Ogni volta che ci si ritrova al cospetto di un nuovo lavoro degli Zippo, immediatamente il pensiero va alla loro storia. Si, perché a partire dal 2004 di strada ne hanno fatta. Loro, cresciuti nell’entroterra Pescarese ed ora una delle figure di riferimento per quanto riguarda lo Stoner-Psych (ma non solo) nostrano, con già tre album all’attivo – “Ode To Maximum” (Self-produced, 2006), “The Road To Knowledge” (Subsound Records, 2009), “Maktub” (Subsound Records, 2011) – e tanto rispetto guadagnato in giro per il mondo.
Oggi tornano con il loro quarto lavoro intitolato “After Us“, il primo concepito per una band di quattro elementi. Mixato e Masterizzato presso il Sound of Sirens Studio (California, US), da nientemeno che Toshi Kasai – già al lavoro con The MelvinsTool Shrinebuilder –, l’album conferma nuovamente la band come una delle migliori espressioni Heavy dello stivale. Questa volta però niente concept, ma una scrittura che va ad interagire direttamente con tutti quegli spaccati di vita quotidiana che viviamo sulla nostra pelle. Un disco “massiccio”, che porta nel dna un’ampia percentuale di matrice americana, e le cui cellule partendo dallo Stoner desertico dei padri spaziano liberamente, moltiplicandosi e dando pieno sfogo a tutte le svariate forme concepibili all’interno del genere. Partendo dal Doom di – After Us –, per poi attingere da certa rumorosità dei ’90 più Grunge – Comatose, Adrift, Yet Alive –, e stemperando il tutto con la psichedelia tout court di “Familiar Roads”.
Ma non è tutto qui, sul finale basta la zampata Post-Metal “Stage6” per rendersi immediatamente conto di non essere al cospetto della classica band che sogna di vivere al rancho de la luna, ma di un combo di artisti che affrontano la materia Heavy con coscienza ed esperienza. Definirli “maestri”, a questo punto, non sarebbe così sbagliato. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Per Kjetil Nernes, scrivere questo “The Gospel” non è stata una scelta, ma un bisogno. Catapultato nella dimensione angosciosa del cancro, che lo colpisce improvvisamente alla bocca, Kjetil decide di scendere in trincea con i propri demoni, di non arrendersi ed andare all-in – come dirà in un’intervista. Il nostro si aggrappa così alla musica, decidendo – ancora degente – per un concept capace di sviscerare il tema della guerra contro la malattia: nient’altro che un conflitto contro se stessi.
Per farlo, contatta l’amico Kristian della Fysisk Format, che non esita nel spronarlo suggerendo perfino il titolo – The Gospel – di un’opera che già dall’incipit appare monumentale. Nulla di biblico, ma un concentrato di spirito battagliero, ed indomito coraggio, che l’artista Norvegese sottolinea continuamente, specie utilizzando certi intermezzi radio che rimandano alla guerra, al bollettino delle vittime, a chi resiste. Kjetil cresciuto a suon di Captain BeefheartSlayer e Black Metal Norvegese, questa volta per la descrizione sonora della sua epopea umana si affida al lato più oscuro del post-punk. Sono infatti i sentori più tetri dei Killing Joke quelli che emergono in tutto il loro splendore oscuro dall’omonima opener, mutando con l’abbagliante “Tall Man” verso una versione nerboruta e sfigurata del Robert Smith pensiero: qualcosa che sfiora la Dark culture per andare dritto verso un certo gusto gotico. Echi di bombe all’orizzonte e preghiere vane. L’uomo che si sveste delle proprie sicurezze, mentre, a piedi nudi nel fango, vaga sofferente ma deciso, attraversando quello che rimane delle proprie vecchie certezze: certo che d’ora in poi sarà tutto diverso – Faustus.
La passione per l’impatto crudo e verboso à la Nick Cave – prima maniera – sembra voler esplodere in continuazione – And The Whore Is This City – fondendosi con qualcosa che trova respiro nell’Heavy e nelle strutture proprie del post-punk degli eighties – I Am The Sun. Tutto per alzare un grande dito medio in direzione della malattia, di ciò che potrebbe metterci in ginocchio, abbatterci, persino disintegrarci, ma che a volte trova pane per i propri denti ed è costretto alla fuga. Un inno all’orgoglio, alla passione indissolubile. Un disco monumentale. (5/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Tutto nacque sui banchi della New York University, premiando la scelta di investire i soldi del papi in una formazione artistico/musicale. Una proverbiale botta di culo, ma forse più per noi. I quattro si incontrano lì, cominciando ben presto a muovere i primi passi, ed assorbendo, in maniera incredibilmente precoce e calibrata, le migliori influenze di stampo Punk. Noi però andremo per gradi, perché all’interno della loro musica c’è molto di più. Qualcosa che oggi, alla luce di questo nuovo capitolo, ne aumenta notevolmente una cifra artistica già di tutto rispetto grazie ad un esordio folgorante – Eighteen Hours of Static.
Esordio, che loro definirono come: “una raccolta di canzoni ancora non pubblicate“. Nulla più. Frase curiosa alla luce del successo riscontrato dall’album. Questa volta, invece, in studio ci sono entrati con l’intento comune di creare qualcosa di maggiormente coeso, personale, ridimensionando al primo ascolto le nostre prime impressioni sulle dichiarazioni di cui sopra. Certo, perché “Before A Million Universes” è roba da K.O tecnico.
Il salto in avanti arriva passando per trent’anni di musica underground a stelle e strisce, qui rielaborata à la maniera del “classico istantaneo” – di genere ovviamente. Un’orgia a cui partecipano FugaziBlack Flag, e Sonic Youth, condensata nei furiosi passaggi di basso che aprono “Capitalized“. Pregevole il tritacarne elettrico che s’accende dopo due minuti dalla partenza dell’opener “Contain Myself“, sottolineando la natura spesso mutevole, per non dire schizofrenica del composto. Silenzi malinconici, sfuriate nichiliste, e viceversa.
Knight” è Punk come lo sarebbe la reincarnazione dei Crass oggi, ma caricata a plutonio e con la propensione per il refrain nineties Grunge sporco e sovradimensionato: l’impressione qui è quella dei primi Mudhoney con gli ampli sfondati che ficcano la lingua in bocca ad un Ian Mackaye drogato ad hoc per l’occasione. Uno scivolo continuo che abbraccia la bipolarità, un posto dove i Faith No More più introspettivi vengono ciclicamente brutalizzati da urla sguaiate, mentre la disperazione conduce all’interno di una New York distopica, popolata da reietti. Un posto magnifico, dove la Gioventù Sonica è la punk band più famosa dell’universo – National Parks – e viene sistematicamente aperta dagli At The Drive In di In/Casino/Out. (5/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Una Torino underground ed immortale, proprio come l’araba fenice, ciclicamente rinasce emettendo bagliori pericolosi. Del resto, dalla città che diede i natali a band del calibro di NerorgasmoDeclino e Negazione, sembrerebbe lecito aspettarselo: almeno quando si parla di musica pesante. Un circuito, quello del capoluogo Piemontese, spesso composto da artisti che dell’urgenza hanno fatto un vessillo. Un buon esempio è rappresentato dagli Haram, che in barba ai tempi di decantazione di sorta, hanno deciso di bruciare le tappe, in tutti i sensi. Un progetto, il loro, che nasce nel gennaio del 2015 per poi concretizzarsi in studio nell’Aprile dello stesso anno in modo da poterlo presentare al pubblico in Settembre. Troppo precoci? Macché.
Diciamolo subito: “Vuoto” è una bella bordata. Mai fine a se stessa, la furia impressa nell’Ep d’esordio del quartetto vanta una stupefacente duttilità nel rigenerarsi, approcciando alla medesima maniera nei confronti di tutte quelle sfumature che dal Post-Hardcore giungono alla sperimentazione, passando per il Metal di stampo moderno – ascoltate “Spanish Invaders” e ditemi se non riconoscete le peculiarità della coppia System Of A Down/Deftones appena il ritmo cala d’intensità. Ma non parliamo solo di questo. A ricordarcelo è l’approccio New School Hardcore dell’omonima opener. Insomma, brani che spesso mostrano una duplice personalità, talvolta sognante, e spesso immersa nel gorgo della disperazione. Un buon inizio. (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Luca Donini in arte Lu Silver è un puro. L’ex cantante degli Small Jackets – con i quali ha inciso i primi tre splendidi “Play at high level” (2004), “Walking the boogie” (2006) e “Cheap tequila” (2009) – è uno di quegli artisti che concepisce il Rock con un filo di nostalgico orgoglio. Qualcosa di variegato, che non ha solo a che fare con la devozione, ma che lascia scorgere negli occhi del nostro tutta quella passione sincera e quell’umiltà nel “creare” con gli strumenti che di rado si può toccare con mano.
Insomma per Lu è: Blues o morte. Una bandana o un cappello à la Nick Royale in testa – che lui ha conosciuto bene suonandoci spalla con i sopracitati Small Jackets –, e tanta passione per la Detroit degli anni d’oro. Sullo sfondo i Grand Funk Railroad,  in testa i Black Crowes – tanto per spiegarne l’estetica, ma solo in parte. Sotto l’ala benevola della Go Down Records – che già diede alle stampe l’esordio “Voices, harmony, silver strings” –, il nostro implementa oggi le sonorità di un esordio che lo vide alle prese con una vasta strumentazione tra cui: pianoforte, armonica, sassofono, hammond e mellotron, portando tutto al livello successivo.
Una “Overture” sognante, ed eccoci battere gli stivali sul legnoso pavimento di qualche Saloon disperso fra le brulle praterie americane – “Just Another Day“. Poi arriva intramontabile il Boogie, e l’artista romagnolo possiede una sua ricetta in merito. Un vero mix di quei sentori detroitiani apprezzati in Cheap Tequila – l’ultimo album degli Small Jackets,prima di intraprendere sonorità più Heavy – che qui vengono abbozzati in “Turn Me On” e dolcemente cesellati nella seguente “Walking On A Dream” – ve la ricordate “Wintertime“? E’ però con “Life Is A Strange Game” che la String Band alza il livello, aprendo alla maniera dei Lynyrd Skynyrd – quelli di “Sweet Home Alabama” –, proseguendo baldanzosi come novelli Stones e chiudendo il loop psichedelici come non mai.
In tutto questo Lu non è solo, ma accompagnato da gente che sa il fatto proprio. Parliamo di Alessandro Tedesco (già chitarra di OJM e Incolti), El Xicano (chitarrista e cantante degli Australia), e Matt Drive alla batteria. E voi, cosa aspettate a tornare al Boogie? (4/5)
– Alessandro Rossi @rocklab
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Virginia dev’essere una sacerdotessa, un’entità intrinsecamente legata al mondo dell’occulto a prescindere dalla musica che propone con i Psychedelic Witchcraft — anche se quest’ultima ne è la diretta conseguenza. La immaginiamo sola, di nero vestita nella penombra del suo rifugio, davanti ad un vecchio televisore che trasmette L’aldilà del maestro Fulci. Nella sua mano destra c’è un libro, qualcosa di Crowley o Sanders, mentre con la sinistra accarezza un gatto nero. Un’estetica forte che in questo “Black Magic Man” sublima accudita dagli spettri delle band che imperversarono nei seventies. Non solo Black Sabbath, ma anche Leaf Hound e Iron Claw.
Tutto è partito da un ritorno, quello di Virginia da Milano a Firenze. Un modo per stabilizzarsi e gettare le fondamenta del progetto con gli altri componenti della band. La nostra, scrive melodie e testi, portando in seguito il suo bottino all’attenzione del gruppo; lasciando che la magia (nera) si compia. Nelle composizioni, è bello notare come l’estetica della band segua un percorso omogeneo che attraversa cinema, letteratura e musica. Non è un caso che il brano d’apertura “Angela” sia deliberatamente ispirato alla protagonista della pellicola di Piers Haggard “Blood on Satan’s Claw” del 1971, e che una delle più grandi influenze musicali della band siano i grandiosi Coven — quelli di Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls.
In realtà, questo EP di debutto uscì nell’estate del 2015 sotto l’egida di Taxi Driver Records. Oggi, vista la voracità con la quale i fan hanno esaurito la prima stampa, la band ha annunciato l’imminente ristampa in edizione limitata — vinile colorato con nuova copertina curata dall’artista inglese Matt Wilkins — dell’album, con l’aggiunta di una bonus track: The Dark Lord, dei Sam Gopal — per chi non lo sapesse era la band Inglese dove suonava un giovanissimo Lemmy Kilmister: un omaggio doveroso e gradito. (3/5)
– Alessandro Rossi @rocklab